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Sustainable Era

Longevity: il capitale che scommette sul tempo biologico

Non soltanto aggiungere anni alla vita, ma aggiungere vita agli anni

Longevity: il capitale che scommette sul tempo biologico 1
15 ottobre 2026

Nel Curioso caso di Benjamin Button, immaginato da F. Scott Fitzgerald nel 1922, il tempo sembra scorrere al contrario. Benjamin nasce vecchio e, mentre il calendario avanza, il suo corpo ringiovanisce. È una finzione, naturalmente. Ma l'immagine di un orologio biologico capace di invertire almeno in parte la propria direzione sembra essere uscita dal solo territorio della letteratura e del cinema.

Il 9 giugno 2026, negli Stati Uniti, il primo partecipante a uno studio clinico ha ricevuto ER-100, una terapia sperimentale destinata a due patologie del nervo ottico: il glaucoma ad angolo aperto e la neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica.[1] Quattro mesi dopo, Life Biosciences ha comunicato risultati incoraggianti sulla tollerabilità del trattamento nei primi tre pazienti, due dei quali hanno mostrato segnali preliminari di miglioramento del campo visivo.[2] Non è una cura contro l'invecchiamento, ma porta per la prima volta alla sperimentazione clinica sull'uomo una delle idee più radicali della ricerca in quest'ambito: la riprogrammazione epigenetica parziale.

Dietro un'espressione tanto complessa si nasconde un'idea relativamente semplice. In sostanza, le nostre cellule conservano in larga misura la stessa sequenza del DNA, ma cambia il modo in cui ne utilizzano le informazioni. Con il passare degli anni, i meccanismi che regolano l’attività dei geni possono perdere precisione, modificando quali geni vengono attivati, quali silenziati e con quale intensità. Nel 2006 il biologo giapponese Shinya Yamanaka dimostrò che, attraverso quattro particolari fattori, era possibile riportare cellule adulte di topo verso uno stato simile a quello embrionale. La scoperta gli è valsa, insieme a John Gurdon, il Nobel per la medicina del 2012.

Per la ricerca sull'invecchiamento, però, esiste un problema: se la riprogrammazione viene spinta troppo lontano, la cellula può perdere la propria identità. Negli esperimenti sugli animali, un'espressione prolungata dei fattori di riprogrammazione ha provocato anche la formazione di tumori, mentre restano aperti interrogativi su altre possibili alterazioni del DNA e del funzionamento cellulare.[3] La sfida è quindi fermare il processo prima di quel punto, cercando di ripristinare alcune caratteristiche giovanili senza cancellarne l'identità né favorire una trasformazione tumorale. In altre parole, riportare indietro alcune lancette senza azzerare l'orologio.

In laboratorio, la riprogrammazione ha già mostrato di poter spostare indietro alcuni orologi epigenetici. In un esperimento su cellule umane, l'età epigenetica ha iniziato a diminuire già nelle prime fasi della riprogrammazione, prima che le cellule perdessero completamente la propria identità.[4] È un risultato sorprendente, ma va letto correttamente: non significa che un essere umano sia ringiovanito. Significa che nelle cellule sono comparsi cambiamenti che specifici modelli matematici hanno interpretato come segnali di un'età biologica più giovane.

Fra questi risultati di laboratorio e una terapia capace di funzionare nell'uomo il percorso è ancora lungo. Ed è proprio questa la sfida che alcune delle aziende biotech più ambiziose stanno cercando di affrontare. Life Biosciences ha sviluppato ER-100 utilizzando tre fattori di riprogrammazione - OCT4, SOX2 e KLF4 - con l'obiettivo di riportare il profilo epigenetico delle cellule verso configurazioni più giovani senza modificare la sequenza del DNA.[5] Altos Labs ha fatto del ringiovanimento cellulare il centro della propria ricerca. NewLimit sta sviluppando terapie di riprogrammazione epigenetica e ha ottenuto risultati preclinici su cellule del fegato, ripristinando alcune caratteristiche tipiche di cellule più giovani. La società prevede di portare il suo primo farmaco di riprogrammazione dell’invecchiamento alla sperimentazione sull’uomo nel 2027. Retro Biosciences, infine, segue più strade contemporaneamente - dall'autofagia alla riprogrammazione dei tessuti fino alla progettazione di proteine attraverso l'intelligenza artificiale - e ha già portato uno dei suoi programmi alla prima sperimentazione clinica.

Non sappiamo ancora quali di queste strategie funzioneranno. Ma il crescente interesse della ricerca e degli investitori mostra quanto sia cambiata la prospettiva: l’invecchiamento non viene più studiato soltanto per comprenderne i meccanismi, ma anche per capire se e come intervenire su di essi.

Aggiungere vita agli anni

Nel 1982 l’Organizzazione mondiale della sanità scelse per la Giornata mondiale della salute uno slogan di appena quattro parole: Add Life to Years. Aggiungere vita agli anni. Più di quarant’anni dopo, quelle parole esprimono con sorprendente precisione una delle idee centrali della longevity: non semplicemente vivere più a lungo, ma vivere più a lungo in salute.

Immaginiamo due persone che raggiungano entrambe i novant’anni. La prima trascorre gli ultimi quindici convivendo con più malattie croniche e una progressiva perdita di autonomia. La seconda conserva molto più a lungo mobilità, capacità cognitive e indipendenza. Entrambe hanno vissuto novant’anni. Ma non hanno vissuto gli stessi novant’anni.

È la differenza fra lifespan, la durata della vita, e healthspan, gli anni vissuti in buona salute. Tradotta in numeri, questa distanza assume dimensioni enormi. Secondo il McKinsey Health Institute, le patologie associate all’invecchiamento rappresentano circa un terzo del carico globale di malattia: circa 633 milioni di DALY (Disability-Adjusted Life Years) ogni anno, una misura che esprime gli anni di vita in buona salute persi a causa di morte prematura, malattia o disabilità.[6]

Con l’avanzare dell’età aumenta il peso di demenze e malattie neurodegenerative, patologie cardiovascolari, tumori, diabete e altre malattie croniche che possono compromettere autonomia e qualità della vita. Nel 2000 una persona trascorreva mediamente circa 8,7 anni in cattiva salute. Nel 2025 erano diventati 10,2 e, se la traiettoria non dovesse cambiare, McKinsey stima che nel 2050 potrebbero arrivare a 11,4 anni.[7] Nel frattempo, il mondo invecchia: entro il 2050 circa una persona su sei avrà più di 65 anni, contro circa una su dieci oggi.

Il paradosso della longevità sta tutto qui: stiamo aggiungendo anni alla vita più velocemente di quanto riusciamo ad aggiungere salute a quegli anni. È da questa constatazione che prende forma la geroscience: invece di considerare separatamente le diverse malattie legate all’età, studia i meccanismi biologici dell’invecchiamento che rendono progressivamente l’organismo più vulnerabile.

Nel 2013 Carlos López-Otín e un gruppo di ricercatori pubblicarono un lavoro destinato a diventare un riferimento nella ricerca sull’invecchiamento, individuando nove caratteristiche biologiche fondamentali del processo. Dieci anni dopo, una nuova versione di quella mappa le portò a dodici.[8] Non è necessario ricordarne tutti i nomi: comprendono, fra l’altro, instabilità del DNA, alterazioni epigenetiche, cellule senescenti, infiammazione cronica e alterazioni dei meccanismi che regolano il metabolismo. Ciò che conta è il quadro che emerge. L’invecchiamento appare sempre più come una rete di processi biologici interconnessi: non dodici interruttori da spegnere uno alla volta, ma un sistema.[9]

Oggi possediamo una mappa dell’invecchiamento abbastanza dettagliata da poter cominciare a chiederci dove intervenire. Ma intervenire non basta: bisogna anche capire se qualcosa sta davvero cambiando. Ed è qui che emerge una difficoltà sostanziale. L’invecchiamento si misura nell’arco di decenni. Servono quindi strumenti capaci di cogliere molto prima i segnali di un cambiamento biologico.

Il ritratto nascosto

Nel Ritratto di Dorian Gray, Oscar Wilde immagina un uomo il cui volto conserva intatta la giovinezza mentre un quadro, nascosto agli occhi degli altri, registra inesorabilmente il passaggio del tempo. La scienza sta cercando qualcosa che, con tutte le distanze del caso, gli assomiglia: un ritratto biologico capace di mostrare ciò che la nostra data di nascita non racconta.

Per l’anagrafe abbiamo una sola età. Ma biologicamente, l’età cronologica racconta soltanto una parte della storia. Due persone di sessant’anni possono avere la stessa età anagrafica e mostrare segni di invecchiamento biologico molto diversi. E persino nello stesso individuo il tempo non sembra lasciare ovunque la stessa impronta: organi e sistemi possono mostrare profili di invecchiamento differenti.

Uno studio pubblicato nel settembre 2026 su Nature Medicine ha costruito 38 diversi orologi biologici, distinti fra uomini e donne e riferiti a quindici sistemi dell’organismo e a diversi livelli di informazione biologica. Sono modelli basati sull’intelligenza artificiale che, analizzando dati molecolari e immagini mediche, cercano di cogliere quanto l’invecchiamento biologico di un individuo si discosti dalla sua età anagrafica.

Questo non significa poter affermare che il cuore di una persona abbia cinquant’anni mentre il suo cervello ne abbia settanta. Gli strumenti presentano ancora limiti importanti, ma suggeriscono che organi e sistemi possano seguire traiettorie di invecchiamento differenti. Nello studio, inoltre, questi orologi sono risultati associati al rischio di sviluppare diverse malattie e alla mortalità.[10] Potrebbero quindi aiutarci non soltanto a descrivere quanto stiamo invecchiando, ma a capire meglio come, individuando precocemente segnali di vulnerabilità sui quali, in futuro, potrebbe essere possibile intervenire.

Un’altra possibile applicazione riguarda la valutazione delle nuove terapie. Dimostrare che un trattamento prolunghi la vita richiede tempi di osservazione molto lunghi. Indicatori affidabili dell’invecchiamento potrebbero offrire segnali intermedi, capaci di rilevare prima eventuali cambiamenti biologici. Nel 2026 è arrivato un primo segnale interessante. In un’analisi condotta sui campioni di sangue di 42 partecipanti a una sperimentazione clinica di dodici settimane su rentosertib, un farmaco sperimentale contro la fibrosi polmonare idiopatica, i ricercatori hanno utilizzato sei diversi orologi proteomici, basati sui livelli di migliaia di proteine. Tutti e sei hanno rilevato nei pazienti trattati segnali coerenti con una riduzione dell’età biologica stimata, mentre nel gruppo placebo le variazioni erano minime o andavano nella direzione opposta. Sei orologi diversi che, pur con intensità differenti, hanno mosso le lancette nella stessa direzione.

È un risultato suggestivo, ma non ancora una prova di rallentamento dell’invecchiamento. Gli stessi ricercatori avvertono che gli orologi proteomici non permettono di distinguere completamente un effetto sui processi dell’invecchiamento da quello legato al miglioramento della malattia polmonare. Possiamo dunque iniziare a vedere cambiare il ritratto biologico prima di comprenderne fino in fondo il significato.[11]

Ed è proprio per interpretare segnali come questi che i dati stanno diventando centrali nella ricerca sull’invecchiamento. DNA, proteine, cellule, immagini diagnostiche e dati clinici producono enormi quantità di informazioni. L’intelligenza artificiale permette di analizzarle e metterle in relazione, individuando schemi difficili da riconoscere con gli strumenti tradizionali. Può così contribuire a comprendere meglio i processi dell’invecchiamento, identificare nuovi bersagli terapeutici e progettare farmaci.

Intorno a queste tecnologie sta crescendo anche un’infrastruttura industriale che ha bisogno degli strumenti necessari al suo sviluppo. Thermo Fisher Scientific fornisce tecnologie, reagenti e servizi utilizzati dalla ricerca di laboratorio per lo sviluppo e la produzione di nuovi farmaci. Illumina è uno dei protagonisti mondiali della genomica e del sequenziamento del DNA. Tempus AI combina dati clinici e molecolari con strumenti di intelligenza artificiale, applicandoli anche alla ricerca e allo sviluppo di nuovi farmaci. Sono, in un certo senso, i venditori di picconi e pale della nuova corsa alla longevity. Non devono sapere chi troverà l’oro per partecipare alla corsa: forniscono gli strumenti a chi lo sta cercando.

Topi, cellule e uomini

La riprogrammazione epigenetica è soltanto una delle strategie con cui la ricerca cerca di intervenire sui meccanismi biologici dell’invecchiamento. Ma le strade esplorate sono molte. Alcune puntano a eliminare le cellule senescenti, cellule che hanno smesso stabilmente di dividersi ma rimangono nei tessuti e possono contribuire all’infiammazione. Altre cercano di intervenire sui sistemi che regolano crescita, metabolismo e riparazione cellulare; altre ancora studiano il ruolo dei mitocondri e dell’autofagia.

Fra queste, una delle storie più sorprendenti riguarda mTOR, un sistema cellulare che contribuisce a regolare la crescita e il metabolismo. Negli animali, farmaci che intervengono su questa via — fra cui la rapamicina — hanno prodotto alcuni dei risultati più impressionanti della ricerca sull’invecchiamento. In uno studio sui topi, tre mesi di trattamento con rapamicina iniziati in età avanzata hanno prolungato di circa il 60 per cento la vita che restava ai maschi dopo il trattamento. Calcolata dalla nascita, però, la durata complessiva della loro vita è aumentata del 14 per cento.[12]

Trasferito all’uomo, un numero del genere sembra quasi fantascienza. Ma è precisamente qui che bisogna fermarsi. Dopo anni di ricerca, non abbiamo ancora la prova che la rapamicina prolunghi la vita umana. Esistono risultati interessanti negli animali e studi clinici nell’uomo, ma il salto fra le due cose rimane enorme.[13] Più in generale, anche le prove cliniche sugli interventi capaci di migliorare contemporaneamente diverse dimensioni dell’healthspan restano limitate. Una recente revisione della letteratura ha esaminato 1.960 pubblicazioni alla ricerca di studi randomizzati che valutassero contemporaneamente più dimensioni dell’healthspan. Solo quindici hanno soddisfatto i criteri, per un totale di 4.656 partecipanti. Da 1.960 a 15.[14]

E proprio da questi pochi studi emerge qualcosa di molto meno futuristico di una terapia genetica: l’esercizio fisico. Sette lo hanno valutato direttamente e l’attività fisica compare anche nella maggior parte degli interventi multidimensionali. Le evidenze restano limitate ed eterogenee, ma suggeriscono benefici su più dimensioni dell’healthspan. Non possiamo ancora concludere che l’esercizio rallenti l’invecchiamento biologico o prolunghi la vita umana. Il dato è però significativo: mentre la ricerca tenta di intervenire sui meccanismi più profondi dell’invecchiamento, uno degli strumenti più accessibili per preservare più a lungo la salute rimane qualcosa che conosciamo da sempre: muoversi.

Nel 2026 non esiste ancora una terapia che abbia dimostrato di poter prolungare significativamente la vita umana in buona salute intervenendo direttamente sui processi biologici dell’invecchiamento. Ma molto si può già fare attraverso la prevenzione, la diagnosi precoce e le cure. Secondo il McKinsey Health Institute, quasi 300 interventi con un buon rapporto tra costi e benefici potrebbero ridurre del 35 per cento il carico globale di malattia entro il 2050, con un guadagno medio stimato di quasi dieci anni di vita in buona salute. Circa due terzi di questo beneficio deriverebbero dalla prevenzione.[15]

Si delineano così due strade complementari: da una parte la geroscienza, che studia i meccanismi biologici dell’invecchiamento per individuare nuove possibilità terapeutiche; dall’altra la medicina, che già oggi può prevenire, diagnosticare e curare molte delle malattie legate all’età. È dall’incontro tra ricerca e pratica clinica che prende forma la longevity.

Il capitale che scommette sul tempo

È proprio sulla prima di queste due strade — quella che cerca di intervenire direttamente sulla biologia dell’invecchiamento — che negli ultimi anni hanno cominciato a convergere risorse sempre più importanti. Secondo McKinsey, tra il 2013 e il 2017 le biotech attive in quella che il rapporto definisce healthspan science raccoglievano in media circa un miliardo di dollari all’anno. Tra il 2018 e il 2022 la cifra è salita a 3,9 miliardi all’anno: quasi quattro volte tanto. Tra i due periodi, il numero dei nuovi trial clinici avviati è cresciuto del 27 per cento.[16]

Allargando lo sguardo all’intero periodo 2000-2024, le aziende del settore hanno raccolto complessivamente circa 27 miliardi di dollari.[17] A sostenere questa crescita hanno contribuito anche grandi patrimoni privati: McKinsey cita, fra gli investitori, Jeff Bezos e Yuri Milner. Si tratta di una cifra considerevole, che assume però una dimensione diversa se confrontata con le risorse destinate ad altri campi della medicina. McKinsey ha messo a confronto gli investimenti effettuati tra il 2018 e il 2022 in diverse aree della ricerca medica, rapportandoli ai DALY. Nella healthspan science sono stati investiti circa 11 dollari per ogni DALY. In neurologia, 749. In oncologia, 2.181.[18]

Il confronto va preso con cautela: oncologia, neurologia e healthspan science sono ambiti diversi, con storie e livelli di maturità molto differenti. Ma la distanza fra quei numeri mostra quanto sia ancora giovane la ricerca che tenta di intervenire direttamente sull’invecchiamento. Da decenni vengono investite ingenti risorse per curare singole malattie che diventano più frequenti con l’età - dai tumori alle patologie neurologiche. Molto più recente è il tentativo di agire sui meccanismi biologici che possono contribuire alla loro comparsa.

Alcune delle società che abbiamo già incontrato mostrano quanto rapidamente questo scenario stia cambiando. Altos Labs, uno dei nomi simbolo del ringiovanimento cellulare, ha potuto contare su circa 3 miliardi di dollari di finanziamenti, secondo McKinsey.[19] Nel giugno 2026 NewLimit ha annunciato un nuovo finanziamento da 435 milioni di dollari, destinato ad accelerare lo sviluppo delle sue terapie sperimentali, mentre Life Biosciences, due mesi prima della prima somministrazione di ER-100 nell’uomo, aveva chiuso un round da 80 milioni.

Retro Biosciences nel maggio 2026 ha annunciato la prima chiusura di un nuovo round di finanziamento, con una valutazione di 1,8 miliardi di dollari prima del nuovo investimento. In appena tre anni è passata dall’apertura del suo primo laboratorio alla sperimentazione sull’uomo di una terapia. Secondo la società, sono bastati appena 15 mesi dalla scelta della malattia da trattare alla prima somministrazione.

Questi investimenti testimoniano il crescente interesse per la biologia dell’invecchiamento, ma non garantiscono che le scoperte della ricerca si traducano in terapie efficaci e sicure per l’uomo. Il percorso verso l’applicazione clinica resta ancora lungo.

Vivere più a lungo, restare sani più a lungo

L’obesità offre invece uno degli esempi più evidenti di quanto il trattamento di una malattia possa cambiare anche il modo in cui si invecchia. Per molto tempo è stata considerata soprattutto come un problema di peso. Oggi sappiamo che è strettamente legata al diabete e a malattie cardiovascolari e renali che possono sottrarre anni di vita in salute. L’arrivo di una nuova generazione di farmaci sta modificando non soltanto il trattamento dell’obesità, ma anche le sue conseguenze sulla salute nel tempo.

Novo Nordisk, con semaglutide, ed Eli Lilly, con tirzepatide, sono diventate protagoniste di questa trasformazione. Nel grande studio SELECT, condotto su oltre 17.600 persone con sovrappeso o obesità, malattia cardiovascolare preesistente e senza diabete, semaglutide ha ridotto del 20 per cento il rischio di eventi cardiovascolari maggiori — morte cardiovascolare, infarto o ictus — rispetto al placebo. Altri studi hanno mostrato benefici anche nelle persone con diabete di tipo 2 e malattia renale cronica. Nel 2026, negli Stati Uniti, tirzepatide è stata inoltre approvata per ridurre il rischio di eventi cardiovascolari maggiori nelle persone con diabete di tipo 2 ad alto rischio.[20]

Novo Nordisk ed Eli Lilly non stanno cercando di invertire l’invecchiamento. Eppure mostrano bene perché la longevity va molto oltre la promessa dell’anti-aging. Se una terapia riesce a prevenire o ritardare un infarto, un ictus o la progressione di una malattia renale, non sta facendo tornare indietro l’orologio biologico. Sta però cambiando il modo in cui possiamo invecchiare.

Lo stesso principio vale per l’oncologia. L’età è uno dei principali fattori di rischio per il cancro e, con l’allungarsi della vita, aumenta la probabilità di incontrare un tumore lungo il percorso. Ma sta cambiando anche il modo in cui lo affrontiamo: diagnosticarlo prima, comprenderne le caratteristiche molecolari e utilizzare quelle informazioni per scegliere terapie sempre più mirate può modificarne profondamente il decorso.

Roche rappresenta bene questa evoluzione perché unisce due dimensioni sempre più intrecciate della medicina: farmaci e diagnostica. I progressi possono essere molto concreti. In uno studio clinico avanzato sul tumore al seno ormono-sensibile in fase iniziale, il farmaco sperimentale giredestrant ha ridotto del 30 per cento il rischio relativo di recidiva invasiva o morte rispetto alla terapia endocrina standard.[21]

E poi c’è il cervello. L’Alzheimer e le altre demenze mostrano forse più di ogni altra malattia la distanza che può esistere fra vivere più a lungo e vivere più a lungo in salute. L’età è il principale fattore che predispone alla demenza, ma questa non è una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. Secondo le ultime stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, circa 57 milioni di persone nel mondo convivono con una forma di demenza e l’Alzheimer rappresenta il 60-70 per cento dei casi.

Resta però fondamentale la prevenzione. La probabilità di sviluppare una demenza dipende anche da fattori modificabili lungo il corso della vita: dalla pressione arteriosa al diabete, dall’attività fisica al fumo, fino all’isolamento sociale e alla perdita dell’udito. Anche l’alimentazione fa parte di questa strategia: una dieta sana contribuisce non soltanto a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, diabete e alcuni tumori, ma rientra anche nella prevenzione del declino cognitivo e della demenza. Sul fronte delle cure, la ricerca esplora nuove possibilità, tra cui la neurostimolazione non invasiva, che utilizza impulsi magnetici, elettrici o ultrasonici per modulare l’attività dei circuiti cerebrali. Non sappiamo ancora, tuttavia, se queste tecniche possano rallentare la progressione della malattia.[22]

Obesità, tumori e demenze sono malattie molto diverse. Eppure, in tutti e tre i casi, la medicina sta cercando sempre più di anticipare la malattia e, quando compare, di intervenire in modo più preciso. Non significa fermare l’invecchiamento. Significa ridurre gli anni che rischiamo di trascorrere con malattie e disabilità.

Ed è qui che la questione sanitaria diventa anche economica. Secondo il McKinsey Health Institute, se gli interventi sanitari di comprovata efficacia e con un rapporto favorevole tra costi e benefici fossero applicati su larga scala, nel 2050 potrebbero generare ogni anno 12.500 miliardi di dollari di valore economico aggiuntivo, pari a circa il 7 per cento rispetto alle proiezioni economiche di base per quell’anno. Persone più sane significano infatti meno morti premature e disabilità, ma anche più anni di vita attiva e una maggiore partecipazione al lavoro. E per ogni dollaro necessario a realizzare questi miglioramenti nella salute, il beneficio economico generato sarebbe di circa quattro dollari.[23]

Non è la dimensione di un nuovo “mercato della longevity”. È la stima del valore che una salute migliore potrebbe generare per l’economia. La salute, in questa prospettiva, non è soltanto una voce di costo. Diventa una forma di infrastruttura economica.

La salute prima della malattia

Per gran parte della storia della medicina abbiamo osservato il nostro corpo soprattutto quando qualcosa non funzionava. Una visita, un esame del sangue, una diagnosi: fotografie scattate in momenti precisi. Oggi sta emergendo una possibilità diversa: trasformare quelle fotografie in un film.

Orologi e anelli seguono sonno, frequenza cardiaca, attività fisica e altri parametri giorno e notte. Sensori possono rilevare continuamente il glucosio. La ricerca sta sviluppando dispositivi capaci di analizzare biomarcatori presenti nel sudore, nella saliva, nelle lacrime o nel liquido interstiziale. E l’intelligenza artificiale può aiutare a riconoscere relazioni all’interno della grande quantità di informazioni prodotte da questi sistemi. Il corpo comincia così a essere osservato non soltanto quando qualcosa non va, ma mentre cambia nel tempo.[24] Nel 2026, negli Stati Uniti, sono già autorizzati dispositivi medici indossabili che permettono di monitorare alcuni parametri di salute anche in tempo reale, al di fuori dell’ospedale.[25]

All’estremo di questa trasformazione c’è Bryan Johnson. L’imprenditore americano ha fatto del proprio corpo una sorta di laboratorio permanente: controlla alimentazione, esercizio e sonno, segue un numero impressionante di parametri e si sottopone a esami e interventi che vanno dalle pratiche più convenzionali a procedure decisamente più sperimentali. Il suo progetto, Blueprint, porta all’estremo un’idea semplice: conoscere sempre meglio ciò che accade nel nostro organismo per provare a intervenire prima che compaia la malattia.

Ciò che in Johnson assume una forma estrema sta però entrando, in modo molto più semplice, nella vita quotidiana di milioni di persone. Basta guardare a un piccolo anello. Oura raccoglie durante il giorno e la notte informazioni sul sonno, sull’attività fisica e su diversi parametri fisiologici, trasformandole in indicatori attraverso i quali gli utenti possono seguire nel tempo alcuni aspetti del proprio organismo.

Nel settembre 2026 Oura ha avviato il percorso per la quotazione in Borsa negli Stati Uniti, con una valutazione prevista fino a 15,6 miliardi di dollari. A sostenere una cifra simile era soprattutto la rapida crescita: nei dodici mesi precedenti la società aveva venduto 3,6 milioni di anelli e nei primi nove mesi dell’esercizio aveva raggiunto 1,21 miliardi di dollari di ricavi, il 74 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Eli Lilly aveva inoltre indicato l’interesse ad acquistare fino a 100 milioni di dollari di azioni nell’operazione. Pochi giorni dopo, tuttavia, Oura ha rinviato la quotazione a causa dell’incertezza dei mercati.

La capacità di misurare il nostro corpo, però, sta avanzando più rapidamente della nostra capacità di interpretare i dati raccolti. Un biomarcatore che migliora non dimostra che l’invecchiamento sia rallentato, né il monitoraggio continuo garantisce una migliore prevenzione. Alcune di queste tecnologie entreranno nella pratica medica, altre resteranno strumenti di benessere o si riveleranno soprattutto operazioni di marketing. La sfida sarà distinguere le informazioni realmente utili dalla semplice abbondanza di dati.

Un’economia costruita sugli anni

La longevity, dunque, non è più soltanto un campo di ricerca scientifica. Sta diventando anche un fenomeno economico di dimensioni considerevoli. Secondo UBS, i ricavi annui del mercato globale della longevity potrebbero passare dai 5.300 miliardi di dollari del 2023 a circa 8.000 miliardi nel 2030.[26] Circa un quarto del totale è riconducibile all’healthcare, dalla farmaceutica e biotecnologia alla diagnostica, ai dispositivi medici e alle tecnologie per la prevenzione e il monitoraggio della salute, ma gli altri tre quarti raccontano qualcosa di ancora più ampio.

La longevity non riguarda soltanto come ci cureremo, ma anche come vivremo più a lungo. Una vita più lunga significa più tempo per abitare, lavorare, consumare, viaggiare, risparmiare e organizzare il proprio patrimonio. Non sorprende che UBS la consideri, insieme all’intelligenza artificiale e alle infrastrutture legate all’energia e alle risorse, una delle grandi trasformazioni strutturali destinate a influenzare i mercati nei prossimi anni.[27]

Alla base c’è un cambiamento demografico molto profondo: viviamo più a lungo e aumenta il numero di persone che trascorrono molti anni in età avanzata. Una realtà che sta già modificando interi settori dell’economia. Uno dei più evidenti è l’abitare. Tra la propria casa e la tradizionale casa per anziani sta crescendo uno spazio intermedio fatto di senior housing, appartamenti con servizi e nuove forme di cohousing. Soluzioni diverse, accomunate dall’idea di conservare autonomia e vita sociale il più a lungo possibile.

È un cambiamento che riguarda anche l’immobiliare. Negli Stati Uniti società specializzate hanno costruito interi modelli di business intorno all’invecchiamento della popolazione. Ventas e Welltower, per esempio, investono in strutture e immobili destinati alla popolazione anziana e rappresentano un settore che guarda alla demografia come a una trasformazione di lungo periodo, non come a un fenomeno passeggero.

Poi c’è la finanza. Vivere venti o trent’anni dopo il pensionamento significa dover distribuire reddito e patrimonio su un periodo molto più lungo. Previdenza, assicurazioni e gestione del risparmio devono quindi confrontarsi con un problema destinato a diventare sempre più importante: far durare il patrimonio quanto la vita.

E infine cambiano i consumi. Una popolazione che vive più a lungo non è semplicemente una popolazione che necessita di più cure. Viaggia, acquista, utilizza tecnologia, pratica attività fisica, cerca servizi e continua a partecipare alla vita economica. Ridurre la silver economy alla sola assistenza agli anziani significa quindi descriverne soltanto una parte. È forse questo l’aspetto più interessante della longevity economy: non sta nascendo un unico nuovo mercato. È l’allungamento della vita a trasformare mercati che esistevano già, dall’abitare alla finanza, dai servizi ai consumi.

La longevity in Borsa

La longevity non corrisponde a un singolo settore economico. Attraversa ricerca scientifica, farmaceutica, biotecnologia, diagnostica e dispositivi medici, fino ad arrivare all’immobiliare. Anche sui mercati finanziari, dunque, è un tema trasversale.

Le società impegnate nelle scommesse scientifiche più radicali — come Altos Labs, NewLimit, Retro Biosciences e Life Biosciences — sono ancora private. Fra quelle quotate, invece, si possono già individuare alcuni protagonisti delle diverse tappe di questo percorso.

Dalla ricerca alle nuove terapie

Thermo Fisher Scientific rappresenta innanzitutto l’infrastruttura della ricerca. Il suo interesse sta proprio nel non dipendere dal successo di una singola terapia: strumenti, reagenti e servizi vengono utilizzati da università, laboratori e aziende farmaceutiche lungo gran parte del percorso che porta dalla ricerca alla produzione di nuovi farmaci. Nel secondo trimestre 2026 i ricavi hanno sfiorato 12 miliardi di dollari, in crescita del 10% rispetto all’anno precedente.

Danaher è un altro attore importante di questo segmento, con attività nelle life sciences, nella diagnostica e nel bioprocessing, le tecnologie utilizzate per produrre farmaci biologici. L’acquisizione di Cytiva ne ha rafforzato ulteriormente la posizione. Nel secondo trimestre 2026 i ricavi del gruppo hanno raggiunto 6,3 miliardi di dollari, in crescita del 5,5%, mentre gli ordini nel bioprocessing sono aumentati a un ritmo attorno al 15%.

Roche e Novartis rappresentano invece il passaggio dalla ricerca alla medicina. Roche riunisce nello stesso gruppo farmaci e diagnostica, una caratteristica particolarmente interessante in una medicina che diventa sempre più precoce e personalizzata. Nel primo semestre 2026 il gruppo ha realizzato 30,4 miliardi di franchi di vendite. Novartis offre un’esposizione diversa, attraverso piattaforme terapeutiche innovative come le terapie radioligandiche — che portano radiazioni direttamente verso specifici bersagli tumorali —, geniche e cellulari. Pluvicto, una terapia radioligandica utilizzata contro alcune forme di tumore della prostata, ne mostra già il potenziale commerciale: nel secondo trimestre 2026 le vendite sono cresciute del 43% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Su un versante più sperimentale si colloca BioAge Labs, una società il cui futuro dipende soprattutto dai risultati della ricerca clinica. BGE-102, attualmente nella seconda fase della sperimentazione clinica, inibisce NLRP3, una proteina coinvolta nei processi infiammatori. Al 30 giugno 2026 BioAge disponeva di circa 381 milioni di dollari tra liquidità e titoli negoziabili, sufficienti, secondo la società, a finanziarne l’attività fino al 2029.

Vivere più a lungo in salute

Eli Lilly e Novo Nordisk rappresentano un altro grande mercato legato alla longevity: quello della salute metabolica. Nel secondo trimestre 2026 i ricavi di Lilly hanno raggiunto 23 miliardi di dollari, il 48% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Novo Nordisk guarda già ai prossimi anni: nel settembre 2026 ha annunciato l’obiettivo di lanciare entro il 2030 più di cinque potenziali farmaci “multi-blockbuster” e di avviare o completare almeno cinque programmi clinici in fase avanzata nell’obesità e nel diabete. Sono obiettivi aziendali, non risultati acquisiti, ma indicano chiaramente la direzione: dopo la crescita straordinaria degli ultimi anni, la partita si gioca ora sulla capacità di ampliare e rinnovare l’offerta terapeutica.

Oltre la medicina

Infine, c’è il settore immobiliare legato alla demografia. Ventas, uno dei maggiori operatori immobiliari statunitensi nel senior housing e nelle strutture sanitarie, offre un’esposizione alla longevity economy completamente diversa da quella delle società viste finora.

Nel 2026 prevede investimenti per circa 4,5 miliardi di dollari concentrati soprattutto nel senior housing; a fine giugno ne aveva già realizzati 3,4 miliardi. Nel secondo trimestre, le strutture di senior housing già presenti nel portafoglio della società hanno registrato una crescita del 16% del risultato operativo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A sostenere questa crescita è una dinamica demografica di lungo periodo: nel 2026 i primi baby boomer americani compiono ottant’anni, in un contesto in cui la costruzione di nuove strutture residenziali e assistenziali rimane limitata.

E se davvero avessimo più tempo?

Dopo laboratori, farmaci, miliardi e mercati rimane una domanda che nessun bilancio può risolvere. Benjamin Button attraversava la vita nella direzione opposta alla nostra. La scienza non ci offre nulla di simile. Ci sta mostrando, però, che il tempo scritto sulla carta d’identità e quello che lascia le sue tracce nel nostro organismo non sempre avanzano allo stesso ritmo. La data di nascita non cambia. Il modo in cui invecchiamo, almeno in parte, sì.

Quanto sia possibile intervenire sui meccanismi biologici dell’invecchiamento umano ancora non lo sappiamo. Ma forse è proprio qui che la domanda cambia: non soltanto quanto a lungo possiamo vivere, ma come possiamo invecchiare. Ed è allora che le quattro parole scelte dall’Organizzazione mondiale della sanità come tema della Giornata mondiale della salute del 1982 tornano ad assumere un significato sorprendentemente contemporaneo: Add Life to Years.

In fondo, è proprio questo il senso più profondo della ricerca sulla longevità: non quanti anni riusciremo ad aggiungere alla vita, ma quanta vita riusciremo ad aggiungere agli anni.

V.C.M.

Bibliografia

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[1] Life Biosciences, “Life Biosciences Announces First Patient Dosed in Phase 1 Trial of ER-100 for Optic Neuropathies“, comunicato stampa, 9 giugno 2026.

[2] Life Biosciences, “Life Biosciences Announces First-in-Human Data from Ongoing Phase 1 Trial Evaluating ER-100 in Optic Neuropathies“, comunicato stampa, 8 ottobre 2026.

[3] A. D. Yücel, V. N. Gladyshev, The long and winding road of reprogramming-induced rejuvenation, «Nature Communications», vol. 15, 2024, p. 6.

[4] N. Olova, D. J. Simpson, R. E. Marioni, T. Chandra, Partial Reprogramming Induces a Steady Decline in Epigenetic Age Before Loss of Somatic Identity, Aging Cell, vol. 18, n. 1, 2019.

[5] Life Biosciences, “Life Biosciences Announces First Patient Dosed in Phase 1 Trial of ER-100 for Optic Neuropathies“, cit..

[6] McKinsey Health Institute, Healthspan Science May Enable Healthier Lives for All, agosto 2025, p. 6.

[7] McKinsey Health Institute, The Health of Nations: Stronger Health, Stronger Economies, 17 febbraio 2026, p. 6.

[8] C. López-Otín, M. A. Blasco, L. Partridge, M. Serrano, G. Kroemer, The Hallmarks of Aging, Cell, vol. 153, n. 6, 2013, p. 1194; C. López-Otín, M. A. Blasco, L. Partridge, M. Serrano, G. Kroemer, Hallmarks of Aging: An Expanding Universe, Cell, vol. 186, n. 2, 2023, pp. 243-244.

[9] C. López-Otín et al., Hallmarks of Aging: An Expanding Universe, cit., p. 243.

[10] The MULTI Consortium, Z. Song, D. Feng et al., Sex-specific biological aging clocks across organs and omics, Nature Medicine, 16 settembre 2026.

[11] A. Zhavoronkov, F. Galkin, S. Chen et al., Integration of proteomic aging clocks in a phase 2a clinical trial supports simultaneous geroprotective assessment, Nature Biotechnology, 7 settembre 2026.

[12] A. Bitto et al., Transient Rapamycin Treatment Can Increase Lifespan and Healthspan in Middle-Aged Mice, eLife, vol. 5, 2016.

[13] Deborah J. W. Lee, Ajla Hodzic Kuerec, Andrea B. Maier, Targeting ageing with rapamycin and its derivatives in humans: a systematic review, The Lancet Healthy Longevity, vol. 5, n. 2, 2024, pp. e152–e162.

[14] Haoxin Tina Zheng et al., Interventions that prolong multidimensional healthspan in humans: a systematic review of randomized controlled trials, The Journals of Gerontology: Series A, vol. 81, n. 7, 2026.

[15] McKinsey Health Institute, The Health of Nations: Stronger Health, Stronger Economies, 17 febbraio 2026, p. 6.

[16] McKinsey Health Institute, Healthspan Science May Enable Healthier Lives for All, agosto 2025, p. 11.

[17] Ibi, p. 24.

[18] Ibi, p. 13.

[19] Ibi, p. 24.

[20] A. M. Lincoff et al., Semaglutide and Cardiovascular Outcomes in Obesity without Diabetes, The New England Journal of Medicine, vol. 389, 2023, pp. 2221–2232; V. Perkovic et al., Effects of Semaglutide on Chronic Kidney Disease in Patients with Type 2 Diabetes, The New England Journal of Medicine, vol. 391, 2024, pp. 109–121; Eli Lilly and Company, “FDA approves Lilly’s Mounjaro (tirzepatide) to reduce cardiovascular risk in adults with type 2 diabetes”, 28 agosto 2026.

[21] Roche, “Roche’s giredestrant significantly reduced the risk of invasive disease recurrence or death by 30% in people with ER-positive, HER2-negative early-stage breast cancer”, 10 dicembre 2025.

[22] W. Zheng et al., Non-invasive neuromodulation in Alzheimer's disease: toward brain-heart coupling as a candidate framework for biomarker-guided adaptive intervention, Reviews in the Neurosciences, 2 ottobre 2026.

[23] McKinsey Health Institute, The Health of Nations: Stronger health, Stronger economies, 17 febbraio 2026, p. 6.

[24] M.-J. Kim et al., Biomolecular Profiling for Noninvasive Health Monitoring, Nature Biotechnology, vol. 44, 2026, pp. 934–947; Y. Bian et al., Improving Multimodal Wearable Sensing for Healthcare with Artificial Intelligence, Nature Biotechnology, vol. 44, n. 8, 2026, pp. 1267–1270.

[25] U.S. Food and Drug Administration (FDA), Medical Devices that Incorporate Sensor-based Digital Health Technology, elenco ufficiale dei dispositivi medici autorizzati per il monitoraggio della salute mediante sensori indossabili, https://www.fda.gov/medical-devices/digital-health-center-excellence/medical-devices-incorporate-sensor-based-digital-health-technology.

[26] UBS, AI should remain a key driver of global equity performance, 10 marzo 2026, p. 2.

[27] Ibi, pp. 1-2