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Il cambiamento climatico si combatte anche con le abitudini alimentari

Per ridurre la nostra impronta ecologica necessario diminuire il consumo di carne e gli sprechi alimentari

Oggi la popolazione mondiale si aggira attorno ai 7,7 miliardi di persone. Di queste circa 820 milioni soffrono la fame (dati FAO 2019). Nel 2050 la terra sarà abitata da più di 9 miliardi di cittadini: oltre 1 miliardo di persone in più da sfamare. Per quanto l’ONU si sia posta l’obiettivo di azzerare la fame e raggiungere la sicurezza alimentare per tutti entro il 2030 (SDG 2 – Zero Hunger), difficilmente si potrà arrivare alla meta prefissata senza una drastica trasformazione del sistema agro-alimentare, soprattutto nel contesto attuale in allerta per l’emergenza climatica, con un impegno a livello internazionale per ridurre le emissioni di gas serra. Quali sono i principali nodi da sciogliere nell’industria del settore e nelle nostre abitudini alimentari per rendere l’intera  struttura più resiliente, inclusiva e sostenibile? Le Nazioni Unite puntano il dito in particolare contro l’eccessiva produzione di carne e gli sprechi alimentari.

Riguardo alla produzione ed al consumo di carne, l’ONU, cavalcando l’onda del recente rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC, l’organismo competente in materia delle Nazioni Unite), esorta la popolazione a seguire una dieta bilanciata a base vegetale, con cereali a grano duro, legumi, frutta e verdura, riducendo gli alimenti di origine animale, soprattutto quelli provenienti dal settore zootecnico (allevamenti di bestiame). I dati parlano chiaro: la carne non è sostenibile. Per produrre un chilo di carne di manzo ci vogliono circa 15'000 litri di acqua ed almeno 7 chili di cereali di alta qualità per nutrire i manzi. Un chilo di carne produce 15,4 kg di anidride carbonica, lo stesso impatto ambientale di un’auto di media cilindrata che percorre 270 chilometri; sostituendo un pasto di carne con uno di pasta, nell’arco di un anno si riduce di 180 kg l’emissione di CO2. Oggi il settore di produzione zootecnica è responsabile del 14,5 per cento delle emissioni di gas serra, più di quelle prodotte dal settore dei trasporti (13,5 per cento), dopo che il consumo di carne è passato da 24,2 kg pro capite nel 1965 a 41,3 kg pro capite nel 2015. Per far fronte alla domanda crescente è stata poi introdotta la pratica degli allevamenti intensivi, a scapito di quelli tradizionali, con un forte impatto ambientale dovuto all’uso esagerato di acqua, pesticidi e fertilizzanti e ad un degrado del suolo.

L’altra battaglia dell’ONU per migliorare l’impatto ambientale è quella di diminuire gli sprechi alimentari. Con l’obiettivo 12.3 dell’Agenda 2030, le Nazioni Unite intendono dimezzare i rifiuti di cibo nei prossimi 10 anni. Anche in questo caso, le cifre sono preoccupanti: perdiamo il 30 % dei prodotti che coltiviamo nel mondo. Se la produzione di cibo rappresenta un’industria da 8 trilioni di dollari, lo spreco alimentare si aggira attorno a 2,4 trilioni di dollari. In Europa produciamo 46,5 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari ogni anno (173 kg per persona). In Svizzera i rifiuti alimentari prodotti dal commercio al dettaglio e dai grandi distributori ammontano a circa 100'000 tonnellate l’anno, di cui il 95 per cento potrebbe essere evitato (la maggior parte è cibo invenduto). Il cibo prodotto non consumato genera inutili emissioni di CO2, perdita di biodiversità, di superfici coltivabili e spreco di acqua.

Come investire in modo responsabile nel settore agro-alimentare?

La trasformazione del settore agro-alimentare si compie principalmente attraverso investimenti più responsabili, iniettando nuova linfa in quegli ambiti capaci di modificarne la struttura per affrontare le sfide future. Nel 2019 i finanziamenti in aziende agricole ed alimentari ammontavano a 5,7 miliardi di dollari, rispetto ai 4,7 miliardi dell’anno precedente.  Nel suo rapporto annuale 2020, il Gruppo Cleantech, leader nella consulenza sulla crescita sostenibile, ha illustrato le aree cardine in cui investire: le proteine sostenibili, l’agricoltura controllata e le alternative biologiche a fertilizzati e pesticidi chimici.

Le proteine sostenibili, alternative a quelle di carne, pollame e frutti di mare, sono un mercato che attira molti investitori, anche di alto profilo, come Bill Gates, Marc Benioff e Richard Branson e colossi del settore alimentare quali Tyson Foods (TNS), Cargill e General Mills (GIS). La domanda mondiale di proteine è raddoppiata negli ultimi 30 anni e si prevede un altro raddoppio entro il 2050. Un terzo, circa un trilione di dollari di entrare annue, dovrebbe derivare da fonti proteiche alternative, sia per il consumo umano, sia come nutrimento per il bestiame. Le proteine alternative sono suddivisibili sostanzialmente in due gruppi: quelle prodotte in laboratorio, replicando le cellule provenienti da proteine animali, e quelle provenienti da fonti vegetali. Nel primo caso, Memphis Meats, società leader nella produzione sostenibile di carne, pollame e frutti di mare a base cellulare, ha appena raccolto 161 milioni di dollari di finanziamenti tra gli investitori sopra menzionati. Perfino la società di investimenti Agronomics Limited (ANIC), guidata da Richard Reed, co-fondatore di Innocent Drinks, azienda di succhi venduta nel 2013 a Coca Cola, si è buttata nel nuovo business, puntando su un gruppo di start-up (Blue Nalu, New Age Meats, Bond Pet Foods, Legendairy, etc.) che riproducono proteine di carne, frutti di mare e di prodotti lattieri-caseari in vitro. Per quanto concerne le proteine a base vegetale, Beyond Meat (BYND), società produttrice di hamburger vegetali, ha sbancato da quando è entrata in borsa a maggio 2019 (+160%). Beyond Meat collabora con alcuni dei principali fast food americani, tra i quali A&W. Secondo quest’ultimo, l’hamburger di Beyond è uno dei più venduti tra i millennials nei suoi ristoranti negli Stati Uniti ed in Canada. Voci non ancora confermate parlano di un progetto con McDonalds. Dal canto suo, Barilla ha investito nella start-up tecnologica Planetarians, che utilizza gli scarti vegetali, in questo caso semi sgrassati di girasole, per produrre alimenti sostenibili, sani e ad alto valore nutritivo (chips, pasta e biscotti). In questo modo vi è un enorme risparmio di denaro (300 dollari è il costo di una tonnellata di proteine riciclate contro i 5'000 dollari per una tonnellata di proteine di soia) e di calorie (il 97% rispetto a quelle che si perdono durante l’intero processo per la produzione di carne bovina; dal mangime per i bovini, alla macellazione, fino al prodotto finale). Per il mercato delle proteine a base vegetale è previsto un incremento di 14,4 miliardi di dollari entro il 2022, con un tasso percentuale di crescita annuo del 5,9%.

L’agricoltura controllata (Controlled Environment Agriculture, CEA) è la combinazione di più discipline: l’ingegneria, la botanica, i sistemi di crescita verticali indoor ed il monitoraggio delle serre attraverso strumenti high-tech, con dati costantemente aggiornati. L’intento è di ottimizzare la produzione, riducendo drasticamente l’utilizzo di acqua, fertilizzanti e pesticidi. Si tratta di un’industria con una previsione di crescita di oltre 40 miliardi entro il 2022 (un aumento annuo  pari al 9,65%), un potenziale che ha scatenato il proliferarsi di start-up di sistemi di crescita indoor. La tedesca Infarm ha raccolto finanziamenti per oltre 100 milioni di dollari nel 2019 per estendere le sue attività negli Stati Uniti: un’importante iniezione di fiducia per l’azienda berlinese che ha avuto l’intuizione di creare degli spazi per la coltivazione al chiuso, in particolare in supermercati, negozi e magazzini, monitorando da remoto informazioni sulla produzione. 

Anche la domanda di alternative biologiche a fertilizzanti e pesticidi chimici è in espansione, a seguito della crescente pressione per un uso più responsabile delle sostanze chimiche nei sistemi agricoli. La produzione di fertilizzanti azotati provoca il 3% delle emissioni globali di gas serra (utilizzando il 3% delle forniture di metano). L'Unione europea ha recentemente vietato l'uso di pesticidi neonicotinoidi, dannosi per l’apicoltura. La Monsanto, ora Bayer, è stata citata in giudizio, poiché il suo prodotto Roundup, un erbicida a base di glifosato, sarebbe cancerogeno. La produzione di fertilizzanti biologici ha però costi elevati e tempi molto lunghi. Per rispondere alla domanda globale, le start-up del settore cercano spesso collaborazioni con colossi dell’ambito farmaceutico o agro-alimentare come Bayer, Syngenta o Corteva. Ad esempio, Ginkgo Bioworks, una società di biotecnologia, fondata nel 2009 da un gruppo di scienziati del MIT specializzati in ingegneria genetica per la produzione di batteri, ha creato una joint venture con Bayer, la Joyn Bio, che sviluppa tecniche di biologia sintetica, riducendo l’impatto ambientale dei fertilizzanti azotati.

Idee sempre più innovative per ridurre gli sprechi alimentari

Per quanto riguarda lo spreco alimentare, Cleantech ha di recente presentato le aziende al momento più interessanti ed innovative del settore, mettendo l’accento su tre parole chiave: prevenzione, recupero e riciclo.  

La prevenzione è forse l’aspetto più importante e deve avvenire in ogni fase della catena alimentare. Attualmente si perdono 350 milioni di tonnellate di cibo all’anno per colpa di un inadeguato stoccaggio e ritardi durante il trasporto e 500 milioni di tonnellate per problemi di pianificazione e gestione in fase di produzione. Una soluzione per evitare una tale quantità di rifiuti è quella di migliorare il monitoraggio e la trasmissione dei dati sugli alimenti tra i vari attori dell’intera filiera agro-alimentare (dalla raccolta alla produzione, dal trasporto alla distribuzione, fino alla ristorazione collettiva o all’acquisto domestico) in modo da ottimizzare i sistemi di stoccaggio post-raccolta ed elaborazione dell’inventario. In quest’ottica, IMB Food Trust ha ideato una piattaforma per collegare i vari partecipanti alla catena, attraverso una registrazione autorizzata, affinché ricevano tutte le informazioni necessarie in tempi record. Si tratta di un sistema già adottato da varie compagnie: Carrefour, Albertsons, Scoular, Topco, BeefChain, etc. Anche l’alta tecnologia può tradursi in un valido aiuto in questa fase: la società americana ImpactVision ha sviluppato un software di imaging iperspettrale in grado di catturare rapidamente dati sulla qualità di un prodotto, impercettibile all’occhio umano, come la compattezza e la freschezza, in modo che le aziende possano intervenire in modo efficace già durante la fase di approvvigionamento per ridurre le perdite.  

Il recupero di cibo, per lungo tempo esclusiva solo delle organizzazioni di beneficenza, ora è diventato una pratica che si è estesa anche a numerose imprese a scopo di lucro: negli Stati Uniti Imperfect Food e Full Harvest vendono a prezzi ridotti prodotti imperfetti, ma sani e stagionali, che altrimenti verrebbero scartati.

Con il riciclo si cerca invece di migliorare la circolarità di un prodotto: in questo caso i rifiuti alimentari vengono convertiti in nuovi prodotti. Ad esempio, l’impresa francese Lactips produce, con le proteine del latte, granuli termoplastici, idrosolubili e biodegradabili, utilizzabili come materia prima per la produzione di oggetti in plastica, mentre l’americana ApeelSciences, sovvenzionata dalla Bill & Melinda Gates Foudation, crea, attraverso scarti vegetali commestibili, una sorta di “buccia” sottile da applicare su frutta e verdura per ritardare il processo di deterioramento degli alimenti. La società britannica AgriProtein (anch’essa ha ricevuto finanziamenti dalla fondazione di Melinda e Bill Gates) utilizza i rifiuti organici provenienti da fabbriche alimentari, supermercati, fattorie e ristoranti come cibo per allevamenti di larve di mosca soldato nera (black soldier fly), che vengono a loro volta trasformate in proteine di alta qualità per nutrire polli, maiali, pesci ed animali domestici. Anche alle nostre latitudini la start-up TicInsect, nata nel 2019, si avvale di un procedimento analogo per produrre proteine per il nutrimento di animali.